giovedì 19 gennaio 2012

venerdì, 27 gennaio 2006
Mia's life: scene di vita quotidiana, o quasi. 
Ci sono giornate che trascorri seguendo accuratamente la tua norma quotidiana. Ci sono giornate che trascorri in maniera straordinariamente diversa e che ti ricordi per tutta la vita. Poi, ci sono giornate che trascorri in un'atmosfera surreale, e al termine delle quali, mentre ti gratti i piedi prima di andare a letto, ti chiedi: "Ma perché?!". Ça va sans dire che sto per raccontarvi la mia giornata di ieri, una di quelle giornate che non sono ancora terminate e già vuoi dimenticarle, una di quelle giornate che ti vergogni a raccontare se non fosse che sono un ottimo spunto per aggiornare il blog. Ma arriviamo al dunque. Ieri mi sono ritrovata, non so perchè, non so percome, a fare una fila AL FREDDO, ALL'APERTO, SOTTO LA NEVE...di ben SETTE ORE consecutive, senza sosta. Ora, chiunque abbia letto queste tre righe si starà chiedendo per quale straordinario motivo io mi sia sottoposta a questo più estremo che inutile sacrificio. La risposta, lo so, sfiora i limiti della realtà, ma è: NON LO SO. Vi spiego. Una volta che uno si immette in una coda per il motivo X, e una volta che uno ha fatto passare, senza accorgersene, due ore della propria vita così, sempre stando in questa fila che a stento accenna ad avanzare; dopo che uno ha già capito che quel giorno è ormai troppo tardi per fare qualsiasi cosa, ecco, uno resta lì. Così. A fare la coda in mezzo agli altri. Perdendo ormai assolutamente l'interesse verso l'iniziale oggetto del desiderio X, ma bramoso soltanto di giungere al termine, di farla finita con quella cosa assurda in cui inspiegabilmente è stato coinvolto. Non so se riesco a spiegarmi. Cioè, una volta che hai sprecato anche solo un paio di ore della tua vita lì in mezzo, ti senti uno stronzo ad abbandonare la nave e tornartene a casa...e pensare che sì, alla fine ti sei evitato scene di isteria collettiva, ma che sei tornato così, a mani vuote. Proprio come uno stronzo. Ecco che quindi, ad un certo punto, l'oggetto X nella tua testa diventa malleabile, lo plasmi e, demiurgamente, gli dai un'altra forma. Una forma che però non è importante in sè, basta che sia la forma di un qualcosa che riesca ad entrare dentro una tasca, una qualsiaasi forma che ti fornisca la prova che non stai tornando a casa a tasche vuote come uno stronzo. Vabbè, a questo punto vi confido anche che ho fatto questa penosissima e denigrante fila soltanto per impossessarmi di un paio di biglietti gratuiti per un paio di concerti. Ora. Non esagero nè dico menzogne se vi confesso che se ad un certo punto mi avessero detto: "Treasure, guarda che hai sbagliato fila, qui vendono biglietti per vedere Mino Reitano!" oppure "Guarda che questa è la fila per fare le cavie di una nuova crema depilatoria!" o anche "Avanti il prossimo che vuole essere percosso per un paio d'ore con un mocio vileda inzuppato nell'olio di ricino!", IO LO AVREI FATTO LO STESSO. Già, sempre per il solito discorso. Siamo in ballo, balliamo. E la cosa più assurda di tutte è questa. Che non mi importava affatto che quei biglietti fossero gratis. Avrei pagato volentieri una cinquantina di euro per sti maledetti biglietti, non era colpa mia se erano pure gratis! E poi, c'è da considerare un'altra cosa. E' irresistibile l'atmosfera che si crea tra sconosciuti, in momenti di promiscuità quali quelli creati da una fila di sette ore, al freddo. Voglio dire. Stare con la guancia appiccicata al culo di qualcuno, con il gomito infilzato dentro il rene di qualcun'altro. Tutte cose che creano una certa confidenza. In realtà credo che l'esperienza di ieri avrebbe rappresentato un interessantissimo spunto di studio del comportamento umano per un qualsiasi psicologo. Voglio dire, in condizioni estreme, quale quella di ieri appunto, l'uomo mostra le diverse facce che fanno di un essere umano un maledetto animale sociale degno di riproduzione. Sembrava un po' di stare in un lager in miniatura. Ho visto gente fare a pugni, gente fare piacevoli conoscenze, gente che amabilmente divideva il suo panino con gli altri. Ho assistito a un paio di scene di estrema violenza, un divozio, due parti e una trafusione di sangue. Insomma, nell'arco di sole sette interminabili ore, ho vissuto tutto questo. Ho fatto anche parecchie conoscenze. Ho scambiato un paio di ricette, provato le scarpe della mia vicina, ascoltato barzellette e imparato a giocare a briscola. Mi sono fatta fare un dredd in testa da un tipo, ho soffiato il naso a un altro, ho spiegato a dei bambini cos'è il gioco della bottiglia. Ho ascoltato le esperienze di guerra di una coppia di anziani, i problemi della colla per dentiere di un simpatico vecchietto e discusso sulle pensioni e problemi di prostata con un altro ancora. Ho ascoltato attentamente un chirurgo che spiegava come avviene il trapianto di un rene, una signora che spiegava come preparare un'ottima peperonata senza peperoni, una vecchietta che ci ha insegnato come togliere le macchie dai capi bianchi, senza rovinarli, utilizzando piccole pastiglie di cloro. Ho intrattenuto un paio di vecchietti assiderati con qualche divertente aneddoto del mio passato. Ma non ridevano. Ho provato a rendere i miei racconti un po' più vivaci allontanandomi leggermente dalla pura verità, ma quando ho visto che non accennavano a ridere nemmeno al famoso passo in cui chiedevo a George Clooney, dopo averlo incontrato sull'aereo quella volta in cui ho fatto il giro del mondo in sette ore e mezzo, "Ma lei, se ad un certo punto chiedessero «C'è un dottore sull'aereo?», alzerebbe la mano?", ho iniziato a preoccuparmi. Credevo fossero morti. Ma erano soltanto sordi. Senza volerlo, ho ascoltato spezzoni di avventure erotiche di un uomo che si confessava. Ah, ecco dimenticavo. C'era anche un prete in mezzo a noi. Parecchia gente, durante l'interminabile attesa, è andata a confessarsi. Lo avrei fatto anch'io se lo stronzo, con la scusa delle confessioni, non fosse arrivato all'ingresso cinque ore prima di tutti gli altri. Seguendo l'esempio del prete, ne ho approfittato anch'io ed ho iniziato a leggere ad alta voce il mio curriculum (ne porto sempre una copia nella borsa). Nelle ultime ore ho anche ricevuto parecchie offerte di lavoro, purtroppo soltanto nell'ambito lavorativo circense. Vabbè la versatilità, ho pensato, ma questo è troppo. Poi ho invidiato gli ignari passanti che ci camminavano vicini. Loro, con le buste della spesa, con un pezzo di pizza in mano, con un cane al guinzaglio, intenti a fare del banalissimo shopping: loro sì che potevano respirare l'aria di libertà. E ho notato che l'interesse era reciproco: anche noi suscitavamo un discreto interesse nei loro sguardi. Ogni tanto si fermavano. E ci guardavano. Ma proprio stupiti, eh. Con la bocca aperta, come stessero guardando un elefante che balla la bachata o un uomo che ingoia coltelli. Hanno anche provato a lanciarci delle noccioline, ma lo spettacolo è rimasto invariato. Hanno poi provato con un po' di monete, ma siamo rimasti impassibili. Più che impassibili ai loro stimoli, impossibilitati dal freddo a muoverci e a mandarli a cagare. Infine, le televisioni. Ovviamente c'erano anche loro. Giornalisti divertiti che gridavano "Inquadra quello, che, dopo quattordici ore, sta per entrare!" oppure "Aspettiamo un po', che ora nevica troppo poco..." o ancora "Zumma, zumma che ce n'è uno appena morto di fame!". E noi, sempre lì. Fermi. Vicini vicini. Ad alitarci addosso, a scambiarci numeri di telefono, indirizzi email e germi. Poi, incredibile ma vero, quando hai finito tutti i fazzoletti, tutte le scorte di caramelle, tutte le unghie da mangiare e tutto il repertorio di barzellette, eccolo, è arrivato il tuo turno. Due secondi, e via. "Ho fatto questa interminabile coda di sette ore e mezzo per avere due biglietti per andare a vedere un ottantenne, Morricone", annunci in fin di vita. Ed eccoti accontentato. Con i tuoi biglietti in mano. Ma non te ne frega niente. Potrebbero essere due mozziconi di sigaretta, due musicassette del Festivalbar '93, due opuscoli per un corretto funzionamento del tuo nuovo microonde. Ma sai che E' FINITA. Ti giri, apri la porta, ed esci. LA LIBERTA'. Sei libero di muoverti, passeggiare, bere acqua, mangiarti una pizza, andare al bagno, rispondere al telefono. Torni a casa, apri la porta, frughi nel cassetto. Eccolo. Trovi un vecchio guinzaglio del tuo vecchio cane morto due anni prima. Te lo metti al collo. Leghi l'altro capo del guinzaglio alla porta dell'ingresso. Poi, ti sdrai per terra a pancia in giù, e ti accucci sotto il tavolo della cucina, il punto più lontano che puoi raggiungere legato al guinzaglio. Ti addormenti. Poi ti svegli. E aspetti che venga qualcuno ad accendere la televisione.

Scritto e diretto da: miazalica a 11:45 | link | commenti (2) |


#1   27 Gennaio 2006 - 11:57

 
eppure io cambierei la mia giornata di ieri con la tua
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#2   27 Gennaio 2006 - 19:35
 
mi fai scassare miaaa!!

p.s.=hai dimenticato la vecchietta che ti infila la sua borsetta dritta nel tuo deretano (e pretende pure di avere ragione)...

forza ramiro!!

[a.]
utente anonimo 

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