venerdì 20 gennaio 2012

venerdì, 26 maggio 2006
  
"Ciao", disse lui. Stavolta non mentendo.
"Ciao?" chiese lei, interrogando.
"Sì, ciao" ripeté lui, sudando.
Questa saggia fiaba ci insegna l'inutilità del saluto. In effetti, perché mai entrando dal panettiere dovrei dire "Buongiorno!"? E se per me è una giornata di merda? Ma soprattutto, se lo è per lui? Magari il poveraccio ha appena scoperto che la moglie lo tradisce, che il figlio si droga e che deve chiudere la panetteria a giorni per insolvenza e io cosa vado a dirgli? "BUON GIORNO!" O ancora peggio, uscendo: "Buon fine settimana!" Ma perché? E poi, tralasciando il caso più estremo, voglio dire. Anche se il mio panettiere stesse benissimo e la moglie non lo tradisse e il figlio non si drogasse (più), voglio dire, me ne frega davvero qualcosa del fatto che la sua sia una buona giornata?! Ma assolutamente no. L'unica cosa di cui mi frega veramente quando penso al mio panettiere è che non goccioli sudore mentre mi fa il pane e che non si sia scaccolato prima di mettermelo nella busta. Tutto qui. Però, occorre notare che la morale di questa fiaba ha un piccolo neo. Effettivamente, ci rendiamo tutti conto dell'assoluta importanza meramente formale del saluto. Eppure, se questo ci viene a mancare, trak. Un fastidio cane. Ad esempio, mi capita spesso che mia madre metta giù la cornetta al termine di una conversazione senza salutarmi. E mia nonna fa lo stesso. Anzi no, lei è anche peggio. Mia nonna mette giù mentre ancora sto parlando. E a volte, mentre sta ancora parlando lei! In ogni caso, quando capita, è denigrante. Chissà perché, quella parolina di quattro lettere -ciao- mi risulta indispensabile e, se viene a mancare, mi turba. Diventa come un rito, all'inizio e al termine del quale devi dire la formuletta magica, altrimenti la cosa non riesce. Come il rumore che fa il computer quando lo accendi e poi quando lo spegni. Lo stesso identico suono. Un rito di apertura e di chiusura. Non ci faccio mai caso, ovviamente. Ma so che se una volta non lo sentissi, ciò mi turberebbe. E pensare che una cosa che mi affascina molto è il fatto che nella lingua ebraica non esista il verbo essere. Io la trovo una cosa estremamente affascinante. Voglio dire, uno dei verbi portanti della nostra lingua, altrove non esiste. E' terribile il pensiero che qualcuno possa fare a meno di ciò che noi riteniamo indispensabile. (carina questa, una volta la metterò come massima del giorno sul blog). Ma, a ben pensare, effettivamente non solo non è indispensabile. E' completamente superfluo. Sono Mia. Mia. Sono stanca. Stanca. Sono ammalata. Ammalata. Sei partito? Partito? Sono felice. Felice. Confusa. Telefono. Casa.

Scritto e diretto da: miazalica a 20:02 | link | commenti |

Nessun commento:

Posta un commento