Capita di stare in macchina, per sessanta minuti, con lui che guida a casaccio. E capita che in quegli esatti sessanta minuti lui ti dica delle cose. Capita così che tu non riesca a dire nulla, in tutto quel tempo. Capita che in sessanta minuti tu ti renda conto di molte cose. Ti rendi conto che cose che hai detto, fatto, pensato, criticato, stimato, giudicato per ventidue anni della tua vita in realtà non erano che il semplice risultato della tua presunzione, o del tuo infantile egoismo, o di una generica opinione borghese che, sai, non ti appartiene. Capita che ti rendi conto di stare sbagliando, e di aver sbagliato, e molto, anche nel passato. Capita che mentre lui sta parlando tu pensi al fatto che non hai mai sentito un discorso così esteticamente "ben fatto", ti piacciono i termini che usa, ti piace la sua precisione nascosta nell'esporre le cose, ti piacciono gli aggettivi che sceglie, e soprattutto ti piace quello che sta dicendo. Ma non glielo dici. Perché il succo di tutto quello che sta dicendo è che gli è difficile continuare a stare con te, e non è dunque il caso di fare appunti sulle sue capacità dialettiche. Capita che la tua considerazione di lui raggiunga livelli insostenibili, per cui ti senti piccola, piccolissima, minuscola, e pensi di potertene uscire da quella macchina, così, come una goccia di pioggia, attraverso una fessurina, sperando che nemmeno se ne accorga. Ti chiedi perché è ancora lì con te. Tu sei nulla, lì vicino. Sei, forse, una macchia sul vetro. E ti raffiguri la donna che dovrebbe stare seduta al tuo posto in quel momento. Una donna bellissima, innanzitutto. Intelligente, curiosa, vivace, brillante, tollerante, divertente, aperta, un po' cazzona anche. Sai che è quella la donna perfetta per lui. E tu non sei così. Non solo, sai benissimo che non lo sarai mai. Capita allora che tu voglia scendere da quella macchina, ma non ne hai la forza. Perché quando vengono a caderti certezze di questo tipo, al solo pensiero di alzarti in piedi, ti viene il dubbio che nemmeno le gambe siano più in grado di reggerti. Non capisci più nulla. E ti senti senza gambe. E senza braccia. E senza stomaco. Capita così che ti senti una "cosa", capitata lì per caso. Come l'accendino che scorgi per terra sul suo tappetino. Ancora qualche viaggetto, poi ti noterà. Ti prenderà mentre scende dalla macchina, per accendersi una sigaretta. Poi andrà in un bar, e lì, inavvertitamente, ti lascerà sul tavolino, accanto alla sua consueta tazzina di caffè. Capita, così.
martedì 24 gennaio 2012
Capita di stare in macchina, per sessanta minuti, con lui che guida a casaccio. E capita che in quegli esatti sessanta minuti lui ti dica delle cose. Capita così che tu non riesca a dire nulla, in tutto quel tempo. Capita che in sessanta minuti tu ti renda conto di molte cose. Ti rendi conto che cose che hai detto, fatto, pensato, criticato, stimato, giudicato per ventidue anni della tua vita in realtà non erano che il semplice risultato della tua presunzione, o del tuo infantile egoismo, o di una generica opinione borghese che, sai, non ti appartiene. Capita che ti rendi conto di stare sbagliando, e di aver sbagliato, e molto, anche nel passato. Capita che mentre lui sta parlando tu pensi al fatto che non hai mai sentito un discorso così esteticamente "ben fatto", ti piacciono i termini che usa, ti piace la sua precisione nascosta nell'esporre le cose, ti piacciono gli aggettivi che sceglie, e soprattutto ti piace quello che sta dicendo. Ma non glielo dici. Perché il succo di tutto quello che sta dicendo è che gli è difficile continuare a stare con te, e non è dunque il caso di fare appunti sulle sue capacità dialettiche. Capita che la tua considerazione di lui raggiunga livelli insostenibili, per cui ti senti piccola, piccolissima, minuscola, e pensi di potertene uscire da quella macchina, così, come una goccia di pioggia, attraverso una fessurina, sperando che nemmeno se ne accorga. Ti chiedi perché è ancora lì con te. Tu sei nulla, lì vicino. Sei, forse, una macchia sul vetro. E ti raffiguri la donna che dovrebbe stare seduta al tuo posto in quel momento. Una donna bellissima, innanzitutto. Intelligente, curiosa, vivace, brillante, tollerante, divertente, aperta, un po' cazzona anche. Sai che è quella la donna perfetta per lui. E tu non sei così. Non solo, sai benissimo che non lo sarai mai. Capita allora che tu voglia scendere da quella macchina, ma non ne hai la forza. Perché quando vengono a caderti certezze di questo tipo, al solo pensiero di alzarti in piedi, ti viene il dubbio che nemmeno le gambe siano più in grado di reggerti. Non capisci più nulla. E ti senti senza gambe. E senza braccia. E senza stomaco. Capita così che ti senti una "cosa", capitata lì per caso. Come l'accendino che scorgi per terra sul suo tappetino. Ancora qualche viaggetto, poi ti noterà. Ti prenderà mentre scende dalla macchina, per accendersi una sigaretta. Poi andrà in un bar, e lì, inavvertitamente, ti lascerà sul tavolino, accanto alla sua consueta tazzina di caffè. Capita, così.
Scritto e diretto da: miazalica a 21:58 | link | commenti (3) |
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