Non ho chiuso occhio stanotte. Che dico, non ci ho nemmeno provato. Voglio dire, non ho nemmeno assunto per un minuto la posizione orizzontale, me ne sono stata bensì a gironzolare per la casa, il balcone, la stanza e il computer. Non mi capitava dai tempi del galfer (il mio liceo), quando passavo la notte a studiare, oppure a stare ore e ore in internet, così, a vuoto. Cioè, del tipo che se uno mi chiedesse oggi ma che diavolo facevi al computer per tutta la notte in tutti quegli anni? ecco io, proprio non lo so. Non ho idea. Navigavo, mi sembra la risposta più ovvia. Che non vuol dire un cazzo. Ad ogni modo, questa notte ho guardato ogni singolo minuto passare sull'orologino del computer (o quello del cellulare, non so e poco importa) e adesso mi sento come un pezzetto di legno calpestato ripetutamente da ignari passanti (bastardi) e poi gettato tra le rotaie di un treno, ad aspettare. Sì credo che la parte del treno debba ancora arrivare. Bah. Poi, verso le otto di stamattina, indescrivibili crampi allo stomaco mi convincono che è ora di fare qualcosa. E quindi esco. Pessima, pessima idea. Fuori piove, e non c'è anima viva in giro. E ritorna quell'antica sensazione di nausea che non sentivo da tanto. Cara vecchia compagna di liceo. Esco di casa, e mi sembra di dover andare a prendere il tram per andare al galfer. Invece no. Peggio. Non avevo una meta. A questo punto mi sarei sentita meno sola a casa, dove era logico e da aspettarsi che fossi sola. In giro no. E' stata addirittura una faticaccia trovare un bar aperto per il caffé. Ma poi l'ho trovato. Ed è stato l'unico incontro ravvicinato con esseri umani della mattinata. Per il resto. Io, io sola e i portici, che sembravano tentare di nascondere ai miei occhi i passanti che scattavano veloci per non incontrarmi. E poi: tic, tac, tic, tac. Non mi ero mai accorta di quanto possano rimbombare un paio di tacchi sotto i portici di via roma. Ma vi assicuro, insopportabile. Dopodiché, mi coglie una certa depressione e penso che vorrei essere a casa a crogiolarmi nel lettuccio, irrequieta. Lo faccio. Non sopporto però più di sentire i miei tacchi che rimbombano e che mi ricordano ad ogni passo che il tempo passa e il suo cellulare è ancora spento. Vado alla fermata. Il pullman arriva subito. Incredibile. Proprio proprio per me. Mi sento quasi lusingata e porgo un sorriso complice all'autista. Salgo, e mi ricordo di non avere il biglietto, ma che importa. Prendere una multa sarebbe la cosa più divertente che potrebbe capitarmi oggi, penso. E poi potrei sempre porgere anche un sorriso complice al controllore, mi dico. Dentro al pullman, poche persone infelici sparse di qua e di là per le sedie arancioni. Danno l'impressione di non avere la minima idea di dove debbano scendere, e forse nemmeno di dove si trovino in quel momento. Senza sforzi mi inserisco nel quadro desolante, e attendo la mia fermata. Poi scendo. Salgo su. Chiudo la porta. Ed eccoci. E' l'ora dello svago!
lunedì 23 gennaio 2012
Non ho chiuso occhio stanotte. Che dico, non ci ho nemmeno provato. Voglio dire, non ho nemmeno assunto per un minuto la posizione orizzontale, me ne sono stata bensì a gironzolare per la casa, il balcone, la stanza e il computer. Non mi capitava dai tempi del galfer (il mio liceo), quando passavo la notte a studiare, oppure a stare ore e ore in internet, così, a vuoto. Cioè, del tipo che se uno mi chiedesse oggi ma che diavolo facevi al computer per tutta la notte in tutti quegli anni? ecco io, proprio non lo so. Non ho idea. Navigavo, mi sembra la risposta più ovvia. Che non vuol dire un cazzo. Ad ogni modo, questa notte ho guardato ogni singolo minuto passare sull'orologino del computer (o quello del cellulare, non so e poco importa) e adesso mi sento come un pezzetto di legno calpestato ripetutamente da ignari passanti (bastardi) e poi gettato tra le rotaie di un treno, ad aspettare. Sì credo che la parte del treno debba ancora arrivare. Bah. Poi, verso le otto di stamattina, indescrivibili crampi allo stomaco mi convincono che è ora di fare qualcosa. E quindi esco. Pessima, pessima idea. Fuori piove, e non c'è anima viva in giro. E ritorna quell'antica sensazione di nausea che non sentivo da tanto. Cara vecchia compagna di liceo. Esco di casa, e mi sembra di dover andare a prendere il tram per andare al galfer. Invece no. Peggio. Non avevo una meta. A questo punto mi sarei sentita meno sola a casa, dove era logico e da aspettarsi che fossi sola. In giro no. E' stata addirittura una faticaccia trovare un bar aperto per il caffé. Ma poi l'ho trovato. Ed è stato l'unico incontro ravvicinato con esseri umani della mattinata. Per il resto. Io, io sola e i portici, che sembravano tentare di nascondere ai miei occhi i passanti che scattavano veloci per non incontrarmi. E poi: tic, tac, tic, tac. Non mi ero mai accorta di quanto possano rimbombare un paio di tacchi sotto i portici di via roma. Ma vi assicuro, insopportabile. Dopodiché, mi coglie una certa depressione e penso che vorrei essere a casa a crogiolarmi nel lettuccio, irrequieta. Lo faccio. Non sopporto però più di sentire i miei tacchi che rimbombano e che mi ricordano ad ogni passo che il tempo passa e il suo cellulare è ancora spento. Vado alla fermata. Il pullman arriva subito. Incredibile. Proprio proprio per me. Mi sento quasi lusingata e porgo un sorriso complice all'autista. Salgo, e mi ricordo di non avere il biglietto, ma che importa. Prendere una multa sarebbe la cosa più divertente che potrebbe capitarmi oggi, penso. E poi potrei sempre porgere anche un sorriso complice al controllore, mi dico. Dentro al pullman, poche persone infelici sparse di qua e di là per le sedie arancioni. Danno l'impressione di non avere la minima idea di dove debbano scendere, e forse nemmeno di dove si trovino in quel momento. Senza sforzi mi inserisco nel quadro desolante, e attendo la mia fermata. Poi scendo. Salgo su. Chiudo la porta. Ed eccoci. E' l'ora dello svago!
Scritto e diretto da: miazalica a 13:15 | link | commenti (1) |
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