martedì 1 ottobre 2013

Malintesi

In certi periodi dell'anno, come in questo preciso momento, il tempo sembra volare. Almeno, questo è quello che è capitato alla sottoscritta nelle ultime settimane. Per dire, stamattina esco di casa, salgo sul pullman e timbro il mio biglietto mensile. "01 Ottobre", leggo sulla scritta che compare sul biglietto obliterato. Furiosa, attraverso l'intero pullman per raggiungere l'autista. 

SOTTOSCRITTA: - Senta, le vostre macchinette non funzionano. Ho appena timbrato il biglietto e mi è comparsa la scritta 'primo ottobre'!
AUTISTA: - Siiii...?
SOTTOSCRITTA: Forse non ha capito: ho detto che ho appena timbrato un biglietto mensile che ora posso anche buttare nel cesso, visto che c'è scritto 'primo ottobre'!
AUTISTA: E perché deve buttarlo? Sa che giorno è oggi?
SOTTOSCRITTA: - ...ma non mi dica...
AUTISTA: - Esatto, è proprio il primo ottobre...
SOTTOSCRITTA: - ...ne è proprio sicuro?
AUTISTA: - Sicuro.
SOTTOSCRITTA: - Vuole dirmi che oggi non è il primo novembre??
AUTISTA: - Esattamente.
SOTTOSCRITTA: - E va bene, come vuole lei! E ora mi faccia scendere, testardo che non è altro!

giovedì 26 settembre 2013

'Non è facile spiegare perché, ma le cose che inizialmente raggiungono e colpiscono in modo assai piacevole i nostri sensi, con altrettanta rapidità ci procurano noia e perfino disgusto'.
Cicerone

martedì 10 settembre 2013

24 sfumature di Get Lucky

Autunno 2012, in uno studio di Parigi.
- Ok ok ce l'ho, la canzone farà così: taa tatataaaaa tatataaaaa tatataaaaa...
- Bene, bene, la melodia mi piace...e poi come farà?
- E poi: we're up all night to get lucky, we're up all night to get lucky, we're up all night to get lucky...
- Ok, ok, afferrato il concetto, quindi quante volte di seguito, 4? 6? ..8?
- 24.
- 24?
- 24.
- Non funzionerà mai.

martedì 3 settembre 2013

Sui ritardatari


Con il passare degli anni, di fronte all’amara constatazione del fatto che essere in ritardo è un fattore ereditario, ho cercato di studiare questa “malattia” e di delineare alcune caratteristiche che credo accomunino tutti i ritardatari del pianeta.
Punto numero uno: il ritardatario ha una concezione del tempo decisamente più dilatata rispetto a un non ritardatario. Questo significa che, in qualsiasi circostanza, egli ritiene di poter compiere una determinata operazione (cambiare la gomma di una macchina, preparare una cena, farsi la tinta ai capelli) in un tempo di gran lunga minore rispetto a quello effettivo. Verificare questo fatto è molto semplice: chiedete a un ritardatario quanto ci si mette ad arrivare a piedi da un punto A ad un punto B: sarete sorpresi di quanto tempo in meno stimerà rispetto a quello che avrà stimato un non ritardatario a cui avrete fatto la stessa domanda.
Punto numero due: il ritardatario non ammetterà mai l’esatto ammontare del suo ritardo. Se chiedete a un ritardatario “con quanto ritardo sei arrivato alla riunione di ieri sera?” vi risponderà cercando di minimizzare. Per conoscere l’effettivo ammontare del ritardo, sommate i minuti (ore) da lui dichiarati ad un quarto del ritardo dichiarato. Esempio: se il ritardatario confessa “sono arrivato in ritardo di venti minuti”, il vero ritardo sarà di 20 + ¼(20) minuti, cioè di totali 25 minuti, e così via.
Punto numero tre: il ritardatario non ammetterà mai che la colpa del ritardo è sua. Per questo, ogni volta che fa ritardo, arriva all’appuntamento munito di una giustificazione plausibile. Tale giustificazione generalmente non è inventata: il ritardatario di solito non mente, si limita a esagerare. Alcuni esempi di giustificazioni amplificate sono: “Perdona il ritardo, ma ero al telefono con il capo che mi ha tenuto 6 ore!” (leggasi 12 minuti e 47 secondi); “Scusami, è che ho dovuto aspettare il pullman per 40 minuti!” (leggasi 22 minuti e 18); e così via.
Punto numero quattro: su una cosa il ritardatario mente sempre. Si tratta di quando, per telefono, vi dice dove si trova o cosa sta facendo nel momento in cui lo state chiamando. Non vi è mai successo, per esempio, di sentire un ritardatario cronico nel bel mezzo della metropolitana dichiarare al telefono “Sono a Porta Susa, due fermate e arrivo!”, mentre la voce all’altoparlante annuncia “Piazza Massaua, Piazza Massaua”, a circa 8 fermate prima di Porta Susa? Con lo stesso meccanismo, un ritardatario che al telefono vi dice “mi vesto e scendo” con tutta probabilità starà giusto infilando il primo piede nella doccia.
Punto numero cinque: non vi sembrerà vero, ma il ritardatario ci tiene tantissimo al suo tempo. Talmente tanto che detesta arrivare in anticipo. Ecco, se c’è una cosa che i ritardatari non sopportano è proprio quella: perdere il proprio tempo. Perciò, essi si regolano – basandosi su quel sistema di tempo dilatato che solo essi conoscono – per arrivare puntuali, non in anticipo. Purtroppo, però questo fatto non gli riesce mai.
Punto numero sei: ancora una volta non vi sembrerà vero, ma il ritardatario soffre terribilmente il suo essere in ritardo. Ogni volta che si deve preparare per un incontro, egli sfida se stesso cercando di dimostrare, a se stesso quanto agli altri, che non è un ritardatario. Ogni volta, inesorabilmente, fallisce in questo tentativo. Per questa ragione, mentre il ritardo cresce, nel ritardatario si fa strada un terribile nodo allo stomaco che solo i ritardatari conoscono.
Punto numero sette: il ritardatario è solitamente figlio di ritardatari; egli rimarrà tale per tutta la vita, e i suoi figli andranno incontro all’ineluttabile destino del ritardatario.

Detto questo, ci sono tuttavia alcuni lati positivi che spesso caratterizzano i ritardatari.
Anzitutto, non sono puntigliosi. In questo senso, nel caso voi vi presentaste con grande ritardo a un appuntamento con un ritardatario, lo troverete oltremodo clemente nei vostri confronti. Allo stesso modo, sul posto di lavoro in numerose occasioni i ritardatari si fermeranno oltre il tempo dovuto, proprio perché non stanno lì a centellinare il tempo in nessuna occasione. 
Inoltre, sovente il loro essere ritardatari è un sintomo del fatto che hanno numerosi interessi e che le loro giornate tipo sono piene di impegni. Infatti, non è raro che tra i ritardatari vi siano persone particolarmente interessanti. D’altro canto, i ritardatari quasi sempre considerano i puntuali come esseri prevedibili, noiosi e privi di sana curiosità nei confronti della vita. Non da ultimo, i ritardatari sono sovente dotati di grande generosità. Essi, infatti, molto spesso trattano il denaro allo stesso modo in cui trattano il tempo, ovvero: non lo sanno gestire. Insomma, una manciata di minuti in più o in meno, come una manciata di denari in meno o in più, non gli scombussola la vita. Ecco perché noterete spesso che si tratta di persone piacevolmente generose, oltre che interessanti. 

mercoledì 10 luglio 2013

"E non c'è una soluzione
Se non essere l'involucro
Di ogni
Funambolico
Pensiero che ti viene
Quando le giornate sono piene
Dei tuoi maledettissimi impegni"

lunedì 27 maggio 2013

Ester e Foster - alieni in quarta C

Ho una pessima memoria e questa è una delle cose che più mi rattristano quando penso a me stessa. Non tanto perché non potrò raccontare ai nipotini quello che sto vivendo adesso. Più che altro, perché è proprio nei primi anni della mia vita che accadde la maggior parte di quelle cose che vale la pena di raccontare.
Poi, ogni tanto, mentre sto facendo qualcosa di stupido tipo piegare malamente le maglie - non stirate - prima di metterle nell'armadio, qualcosa riaffiora. Un'immagine, una frase. Chissà, forse, se vivrò abbastanza a lungo, poco per volta mi ricorderò tutto. L'unico mio compito sarà poi quello di rimettere i pezzi di puzzle in ordine. Ed è così che mi sono ricordata di un pomeriggio di tanti anni fa. Ero in quarta elementare, ormai dominavo gran parte delle parole di uso quotidiano in italiano. Ma, chiaramente, c'era ancora molto da imparare. La fine dell'anno si avvicinava, e quel giorno la maestra annunciò che anche io avrei preso parte alla recita di fine anno. Servivano due extraterrestri. Non so se per scelta ragionata o per puro caso, uno dei due lo avrei interpretato io. Saremmo state io e la mia amica del cuore, Tiziana. "Voi farete Ester e Foster", ci disse la maestra. All'annuncio seguirono le grida entusiaste della mia amica e alcuni schimazzi del resto della classe. "Domani facciamo le prove, perciò portatevi uno scolapasta da mettere in testa", aggiunse. Seguì una risata generale di bambini isterici ai quali faceva morire dal ridere l'idea di mettersi uno scolapasta in testa. Io non capii. Non avevo mai sentito "scolapasta" prima di allora. Ma, per evitare imbarazzi, mi misi a ridere sguaiatamente, accertandomi che la mia risata sovrastasse quelle degli altri. Alla fine della giornata, tornai a casa distrutta. Spiegai a mia madre che la maestra ci aveva detto che avremmo fatto gli extraterrestri. Poi, aggiunsi, ha detto che avremmo dovuto metterci in testa una cosa, ma io non ho capito cosa. Mia madre provò ad aiutarmi. "Non ti ricordi la parola che ha usato?" No, non mi ricordavo. "Nemmeno l'iniziale? Una parte della parola? Come finiva?" ritentò. "Non mi ricordo, ti ho detto! Aspetta...c'entrava qualcosa con...gli spaghetti!" risposi sollevata. Un minuto dopo mia madre mi faceva fare le prove davanti allo specchio con un pacco di spaghetti da un chilo sulla testa. "Ma a me non sembri un extraterrestre così..." mi disse rassegnata. "Prova con questa". Mi porse una pentola di metallo. La misi in testa, ma era piuttosto pesante e mi impediva di vedere e di parlare. "Forse intendeva un piatto! Il piatto in cui si mangiano gli spaghetti!" esclamò. "Forse..." risposi sconsolata. Mia madre a quel punto mi propose di telefonare a Tiziana per chiederle che cosa diavolo ci avesse detto di portare a scuola la maestra. Ma mi opposi fermamente. Le dissi che non potevo ammettere di essermi sbellicata dalle risate a una battuta che manco avevo capito. Al che, mia madre, come al solito, provò a trovare una soluzione. La mattina dopo, mi fece trovare vicino alla porta d'ingresso una busta piena di roba. Dentro c'erano una pentola, un pacco di spaghetti, un piatto di ceramica, alcuni piatti di plastica, due forchette - che possono fare da antenne, aveva detto mia madre - e, per non farmi mancare niente, anche una bottiglia di passata di pomodoro. "Una di queste cose sarà sicuramente", mi rassicurò. Con lo sguardo basso di chi sta per andare incontro a un destino nefasto, misi lo zaino in spalla e raccolsi la pesante busta da terra. Aprii la porta per uscire, quando sentii mia madre gridare. "Aspetta! Prendi anche questo!". Prima ancora di accorgermi di cosa mi stesse porgendo, aveva infilato nella busta un contenitore pieno di spaghetti al pomodoro - cotti e pronti per essere mangiati! "Chissà, forse intendeva qualcosa del genere...", mi spiegò, con uno sguardo per niente convinto. "E tieni anche questo...via". Riaprii la busta. Questa volta, vi trovai uno scolapasta azzurro che mia madre aveva aggiunto mentre mi inseguiva giù dalle scale.
Arrivai a scuola, quella mattina, con lo stomaco chiuso. Ero così piena di imbarazzo che non ridevo più ad alcuna battuta, nemmeno a quelle che capivo. Poi, arrivò il momento di fare le prove per la recita. Con estremi sforzi trascinai per la sala la mia busta, pesantissima. Da lì, provenivano certi rumori che mi facevano vergognare di esistere. La pentola che cozzava contro il piatto di ceramica, e il contenitore di plastica che sbatteva contro la bottiglia di salsa. Insomma, sembravo una profuga con la busta di aiuti umanitari destinti ai profughi. Finalmente incrociai lo sguardo di Tiziana. "Ma che diavolo porti in quella borsona?" mi chiese. Feci finta di non sentire e ficcai la testa dentro la busta. Mentre temporeggiavo fingendo di cercare non so nemmeno io cosa, con la coda dell'occhio vidi che sfilava dallo zaino uno scolapasta di plastica arancione e, con un po' di esitazione, se lo metteva in testa. Tirai un sospiro di sollievo che deve aver fatto scuotere anche quella busta ingombrante. Infilai la mano dentro, e cacciai fuori lo scolapasta che mia madre, all'ultimo secondo, mi aveva sporto, sperando potesse servirmi. Ero felice. Mi misi in testa lo scolapasta con orgoglio. Tutti ridevano di quanto buffe eravamo Tiziana ed io, ma io ero così sollevata che non provai il minimo imbarazzo. "Io sarò Ester", disse Tiziana. "E io sarò Foster", risposi con fierezza. "E quando esco da qui, ho un pic-nic che mi aspetta".

mercoledì 1 maggio 2013

AAA gruppo di musica balcanica cercasi

Sì, proprio così. Bisogna fondare un gruppo di musica balcanica chiamato "Banda tipo Bregovic". Io scenderei adesso a sentirli in piazza.